AMLETO PRINCIPE DI DANIMARCA

AMLETO PRINCIPE DI DANIMARCA

Analisi enneagrammatica del personaggio 
di Amleto 
nell’opera “Amleto principe di Danimarca” di William Shakespeare

di Marco Amendola

 Sinossi

Amleto principe di Danimarca irrequieto a causa della morte del padre e delle  nozze troppo celeri della madre con il fratello del padre, Claudio, ha una visione sulla torre del Castello di Elsinore nella quale vede il fantasma del padre, che gli chiede di vendicarlo in quanto ad ucciderlo per avvelenamento è stato proprio Claudio.

Amleto furente, pensa e medita vendetta, ma è  attanagliato da un dubbio: il fantasma del padre gli ha detto la verità o quella apparizione è un “disegno del diavolo”?

Prima di agire il giovane principe vuole essere sicuro e si finge pazzo per poter meglio trovare le prove della supposta colpevolezza.

Fa mettere, quindi, in scena il delitto di Gonzaga che, opportunamente modificato da Amleto stesso, riproduce esattamente la modalità con la quale è stato assassinato il padre e resta in attesa di scorgere nei comportamenti del re i segni della sua colpa. Sul finire dello spettacolo, infatti, quest’ultimo esce visibilmente innervosito.

Anche se adesso ha ottenuto certezza del suo dubbio, Amleto continua a fustigarsi, poiché non riesce a passare all’azione.

Parla comunque con la madre e l’accusa ferocemente di essersi comportata male, sposando troppo presto il nuovo re, e mentre si sta sfogando scorge qualcuno che origlia dietro una tenda. Convinto che sia il re sferra un colpo, ma uccide solo il Polonio, il consigliere di corte.

Il re Claudio, temendo allora per la propria vita, manda Amleto in Inghilterra dove ha già tramato per la sua morte, ma questi spinto da angoscia/paura, scopre di star andando incontro alla morte trovando e leggendo la lettera indirizzata alla corte di Inghilterra che decretava la sua condanna, e riesce a cavarsela, scrivendone un’altra nella quale viene chiesto di giustiziare i suoi accompagnatori/amici/traditori.

Tornato in Danimarca con Orazio si reca al cimitero dove scopre che Ofelia, la donna alla quale aveva giurato il suo amore e che aveva successivamente ripudiato per portare a termine la sua vendetta, si è uccisa sconvolta dal dolore per la morte del padre Polonio e dove viene sfidato dal fratello  Laerte che chiede vendetta.

Amleto se ne dispiace e decide pur, non sottraendosi al  duello, di scusarsi con Laerte.

La scoperta di essere stato mandato a morte dal re e la sfida di Laerte rappresentano il momento del passaggio all’azione (certo per difesa). Amleto si sente finalmente autorizzato ad usare la spada e non più pensieri.

 

La tragedia culmina con la morte di tutti i protagonisti con il re che viene trafitto dalla spada del principe mentre questo gli rinfaccia i suoi crimini, e chiede  all’amico Orazio che sia raccontata la sua storia.

Tutta la tragedia può essere considerata come una metafora dei dissidi interni tipici dell’enneatipo Sei, oltre che del protagonista Amleto. Egli si sente spinto a fare vendetta, ma la richieste di certezze che pone a se stesso e i sentimenti di paura nel commettere un “illecito” ne frenano la mano, facendolo  indugiare  costantemente nel dubbio, cosa per la quale si  autoaccusa ferocemente(posizione dell”under dog”).

La fissazione del Sei è per l’appunto il dubbio, il correlato cognitivo dell’ambivalenza emozionale, della diffidenza. Il personaggio Amleto è stato oggetto di studi in numerosi ambiti e discipline, dalla filosofia alla psicoanalisi, dalla fenomenologia a Freud. E’ passato come emblema dell’uomo del ‘900, il secolo del dubbio, dove nulla è come appare, e chi meglio di Amleto può impersonare la perdita delle certezze, il frantumarsi dei ruoli, il dissolvimento di quelle regole stringenti che hanno sempre reso l’azione dell’uomo quasi obbligata, quasi una semplice vidimazione del gesto già deciso altrove??

Piuttosto che pensare Amleto come’uomo del 900, tuttavia  io preferisco pensare a lui come a qualcuno che esiste da quando esiste l’uomo. Naturalmente non tutti sono come lui. Solo alcuni gli somigliano: quegli uomini che l’enneagramma definisce come tipi Sei il cui sentire e l‘agire che ne consegue, per essere espresso, deve passare attraverso i fitti ed intricati rami che il dubbio intreccia con l’abbondante materia prima dei  pensieri.

Come definire l’enneatipo Sei? Come quel carattere venato di paura, che usa il dubbio come lente per interpretare il mondo (percepito come spaventoso), la diffidenza come arma per proteggersene, che ha necessità di controllare le distanze emotive causa e ragione della sua ambivalenza, che è nemico di sé stesso,  e si nasconde da quel se stesso che  lo scova sempre e lo accusa senza punirlo mai .

Un inquieto all’apparenza calmo, controllato ed eroico in caso di pericolo( come dice Amleto:Io, di questa mia vita materiale, non faccio maggior conto d’uno spillo) e ansioso se il pericolo non c’è, perché sa che c’è anche se non lo vede. Calmo all’apparenza (perché se tutto vibra devi pur tenere qualcosa fermo, altrimenti sei perduto), che ti abbraccia stretto solo dopo averti controllato col metal detector, che evita fino a quando non può più farlo e non sempre poi a quel punto ha la libertà di decidere per il meglio. E’ forte in lui la necessità di essere compreso, capito, come di comprendere, di capire, che è impegnato costantemente nel tentativo di vagliare con i pensieri ciò che sente, battaglia persa, come quella chi vuole tradurre dal cinese e non conosce nemmeno gli ideogrammi, che non sente di avere l’energia che la soddisfazione del suo desiderio ardente gli chiede di avere.

La dinamica interna di Amleto

Le potenti forze istintuali di espansione si scontrano con le istanze di conservazione, rendendo pericoloso ogni piacere; non v’è desiderio che non sia colpevole. L’aderenza alle regole di un mondo organizzato e quanto più possibile prevedibile, lo rendono avvicinabile e fedele, posto che riesca tenerne il controllo. Se si legge l’intera opera  come dinamica del tipo Sei, possiamo descriverla così.

La forte spinta dell’istinto di espansione (sessuale) che chiede al carattere Sei di adoperarsi per acquisire potere, domanda al figlio l’uccisione del padre  (postulato della idea del complesso edipico). L’ambivalenza nei confronti del padre, di conseguenza, è intuibile. L’insopportabile sentimento di odiare l’oggetto amato/temuto chiede una soluzione creativa. Chiede di odiare senza paura, senza colpa. Chiede di poter odiare chi ci odia, restando innamorati di chi ci ama. Amleto ha due padri, uno buono ed uno cattivo, scagliarsi contro il cattivo per difendere il padre buono sembra  una scelta strategica, ma questo è ciò chiede la follia.

Essa ha, secondo me, origine da una forte proiezione del desiderio di potere di Amleto su un altro soggetto, contro il quale egli stesso poi si scaglia, producendosi nella catarsi della colpa. Le accuse rivolte a Claudio sono accuse che Amleto rivolge a se stesso ed è per questo che non gli è semplice agire. (In certi momenti i sensi di colpa di Claudio somigliano a quelli di Amleto).

E non vi è nella storia un figura femminile unificante che riesca a salvarlo,  poiché sia la madre che l’innamorata sono investite dalla stessa accusa: essere in qualche modo traditrici, confondendosi con lo sfondo cupo, drammatico e agitato dell’animo di Amleto.

E’ tanto semplice per Amleto processarsi quanto complicato infliggersi la pena. La vera pena del Sei infatti è restare perennemente nel tribunale in attesa di condanna.

E’ come se Amleto dicesse: “Io desidero diventare il re, mi spetta, ma non posso, mi è vietato, ed essendo vietato è pericoloso. Fai tu Claudio ciò che io desidero. Io avrò rispettato il mio dovere, la gerarchia, le regole e solo dopo darò a me stesso il diritto di prendermi ciò che è mio,visto che non è più di mio padre ed appartiene all’unico colpevole di tutta questa storia. E’ legittimo giustiziare un colpevole”. “Debbo essere crudele solo per esser giusto.” (meccanismo di Proiezione).

La lettura in tal senso dell’Amleto non va interpretata come simbolica. Preferisco immaginare che sia metaforica e le metafore non descrivono: lasciano intuire.

L’Amleto rappresenta nella forma della metafora il dissidio inconscio, interno del carattere Sei, che portato alle estreme conseguenze, produce i “giochi compensatori[1]” e la patologia della paranoia e della schizofrenia.

Il dissidio del Sei o la sua fissazione è il dubbio, ed è ciò che meglio risolve una conflittualità interna che nasce nel bambino durante il suo processo di individuazione. E’ come se questo bambino vivesse come esperienza primordiale una sorta di paura legata all’avere ricevuto cure “ambivalenti”,  messaggi incoerenti, e che è stato costretto a trovare da solo i limiti alle sue esplorazioni. Nella relazione con la madre, l’incoerenza circa le cose che si potevano fare/avere/sentire e quelle che non si potevano fare/avere/sentire, lascia come adattamento un nucleo indifferenziato di desiderio/paura: ogni desiderio è in qualche modo rischioso. Non saprò mai se esprimendo col pianto il mio desiderio di latte, questo mi sarà dato o sarò messo a letto da una mamma stanca ed esausta. Non potrò non desiderare il latte, non potrò non desiderare senza paura. Non si può certo smettere di desiderare anche perché qualche volta il latte mi è stato dato.

La reificazione dell’amore materno nella forma del pensiero è la fissazione. Quel filtro, quella lente che colora l’esperienza per consentirmi di rivivere il momento in cui sono stato amato, seppur con sofferenza: il dubbio.

Aspetti caratteriali

La passione di Amleto è la Paura che come aspetto cognitivo preponderante chiede il dubbio (essere o non essereche protegge dal passaggio all’attodato uno sfondo percettivo pessimistico di un mondo pericoloso alla base del quale vi è il meccanismo di difesa della Proiezione (essere onesto, è come dir d’un uomo ch’è stato estratto in mezzo a diecimila ) e la ricerca della relativa sicurezza.(Voglio avere più positive prove). Ha un’immagine di sé come leale e onesto e rispettoso delle regole (qualità che pretende  dall’amico Orazio), è tuttavia ambizioso (come gli rinfaccia Rosencrantz È l’ambizione che ve la fa tale).

Tutto l’incedere di Amleto è una costellazione di sentimenti di minaccia, di tensione di angoscia che da origine alla “finzione” della sua follia, a tratti lucida (Polonio: Questa è follia, se pure c’è del nesso.): finzione che rientra perfettamente nella modalità indagatoria tipica del Sei che all’espressione diretta del dubbio e dell’aggressività predilige “il calcolo”, la “messa alla prova”(il tranello teso al Re per verificarne la colpa).  Usa sia nella finzione della follia (con Polonio per esempio)  che in alcuni siparietti (con Rosencrantz e Guildenstern o con il becchino) l’”attaccamento alle parole”, abili giochi linguistici e di pensiero con i quali Amleto porta avanti le sue tesi con l’obiettivo di “avere ragione”, che ne sottolineano gli aspetti di carattere di pensiero e sembrano dei veri e propri duelli.

Circa gli aspetti istintuali che disegnano il sottotipo Amleto appare con l’istinto di conservazione retratto, dunque il sottotipo social-sessuale, definito da Barbato come “L’Eroe[2]”, che ha un senso di sé molto elevato, non si avvicina mai all’altro con la modalità calda del tipo di conservazione in atteggiamento di sottomissione, sente che deve compiere un grande gesto e tuttavia avverte che non possiede tutta l’energia per farlo.

Il dubbio

Il primo fortissimo impulso che Amleto avverte nello scoprire l’assassinio del padre è quello della vendetta, o se vogliamo il soddisfacimento della richiesta  del padre, che avverte immediatamente come un dovere.

Ditemi tutto, presto, su, affrettatevi,

sì ch’io possa volare alla vendetta

con ali rapide come un’idea

o un pensiero d’amore.

 Mi sembra degno di nota come il paragone usato da Amleto contenga delle ambivalenze. E’ come se dicesse, “ditemi tutto cosicché io possa fare velocemente, come velocemente penso pensieri d’amore. Mi sembra interessante che Amleto ponga sullo stesso piano la velocità di un’azione e la velocità di un pensiero. Un carattere Sei è talmente rapido di pensiero quanto lento o immobile d’azione. L’altra ambivalenza è tra vendetta/amore, odio/amore. Sono per il carattere Sei quasi inseparabili.

Di li a poco segna su un taccuino un pensiero rivolto a Claudio:

Questa voglio annotarmela: che un uomo

possa sempre sorridere, sorridere,

ed essere il peggiore dei ribaldi.

Almeno in Danimarca.

(Scrive qualcosa nel taccuino che ha cercato in tasca)

E così sei servito, caro zio.

D’ora innanzi la mia parola d’ordine

sia questa: “Addio, ricordati di me!”

L’ho giurato.

Il carattere Sei passa buona parte del suo tempo spendendo energie per controllare i suoi impulsi, soggiogato spesso dal senso di colpa; un sentimento tanto profondo quanto non attribuibile ad uno specifico comportamento. Una delle cose più imperdonabili al prossimo diviene dunque, oltre al compiere una violazione di qualsivoglia genere, quella di non provare colpa per un comportamento sbagliato, e soprattutto di non avvertire la paura di essere scoperti. Per un Sei è impensabile commettere una violazione e riderne, essere colpevole e non stare li a rodersi il fegato!

L’impensabile si tramuta, a mio avviso, in una profonda invidia per chi riesce ad agire senza “paura”  senza “colpa”.

Il calcolo

A questo punto Amleto escogita un piano: si fingerà pazzo per meglio indagare, e trovare indizi sulla colpevolezza del Re.

Non agisce di impulso e comincia a pensare al come raggiungere l’obiettivo che sente di dover portare a termine e qui si evidenzia ancora la fissazione del dubbio.

Mi è venuto in mente, e ne ho sorriso, una citazione del personaggio di Pasqualino Sette Bellezze, nel film di Totò “un Turco Napoletano”, che minaccia ripetutamente di agire contro l’offesa del turco,  ma non porta mai a termine le sue minacce chiedendo il tempo a sé stesso di verificare se le minacce fossero proprio tali oppure no: (“se casomai questo dente non fosse cariato, ma sano…..)[3]

Amleto sa che ad uccidere il padre è stato Claudio, ma qualcosa dentro gli chiede ulteriori prove. Questo è un “intervallo” di tempo nel quale fiorisce il dubbio, ci si riempie di pensieri e si spreca energia nella dinamica tipica che in gestalt si chiama: “essere under the dog” e in cui ci si autoaccusa di codardia.

Il primo di questi momenti è il più celebre monologo di tutti i tempi:

 Essere, o non essere…

questo è il nodo: se sia più nobil animo

sopportar le fiondate e le frecciate

d’una sorte oltraggiosa,

o armarsi contro un mare di sciagure,

e contrastandole finir con esse.

 Morire… addormentarsi: nulla più.

E con un sonno dirsi di por fine

alle doglie del cuore e ai mille mali

che da natura eredita la carne.

 Questa è la conclusione

che dovremmo augurarci a mani giunte.

Morir… dormire, e poi sognare, forse…

 Già, ma qui si dismaga l’intelletto:

perché dentro quel sonno della morte

quali sogni ci possono venire,

quando ci fossimo scrollati via

da questo nostro fastidioso involucro?

Ecco il pensiero che deve arrestarci.

Ecco il dubbio che fa così longevo

il nostro vivere in tal miseria.

Se no, chi s’indurrebbe a sopportare

le frustate e i malanni della vita,

le angherie dei tiranni,

il borioso linguaggio dei superbi,

le pene dell’amore disprezzato,

le remore nell’applicar le leggi,

l’arroganza dei pubblici poteri,

gli oltraggi fatti dagli immeritevoli

al merito paziente,

quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo

potrebbe firmar subito alla vita

la quietanza, sul filo d’un pugnale?

E chi vorrebbe trascinarsi dietro

questi fardelli, e gemere e sudare

sotto il peso d’un’esistenza grama,

se il timore di un “che” dopo la morte

– quella regione oscura, inesplorata,

dai cui confini non v’è viaggiatore

che ritorni – non intrigasse tanto

la volontà, da indurci a sopportare

quei mali che già abbiamo,

piuttosto che a volar, nell’aldilà,

incontro ad altri mali sconosciuti?

 Ed è così che la nostra coscienza

ci fa vili; è così che si scolora

al pallido riflesso del pensiero

il nativo colore del coraggio,

ed alte imprese e di grande momento,

a cagione di questo, si disviano

e perdono anche il nome dell’azione.

Nell’ultima parte Amleto descrive la dinamica del tipo Sei in maniera quasi didattica: la paura risiede nell’impossibilità di avere ogni certezza, (senza la quale il Sei non agisce) è certo ogni dubbio, ed i dubbi della coscienza sono un ottimo “movente” per il reato di “omissione di atto”.

Più avanti nel testo Amleto si considera colpevole del suo indugio e diviene ancor più ferocemente ipercritico.

 Ora son solo… Oh, quale canaglia

e vil servo son io! Non è mostruoso

che un attore, soltanto per finzione,

nient’altro che in un sogno di passione,

possa piegare l’anima a un concetto,

così che, per effetto di quel sogno,

il volto gli si copra di pallore;

occhi in lacrime, aspetto stralunato,

voce rotta, e l’intero suo gestire

in perfetta aderenza a quel concetto?

E tutto ciò per nulla!… Per Ecuba!

Che cos’è Ecuba a lui, e lui a Ecuba,

perch’egli possa piangere così?

E che farebbe allora, questo attore,

se avesse quel che ho io

come motivo di straziarsi l’anima?

Inonderebbe la scena di lacrime,

intronerebbe le orecchie del pubblico

di roboanti orribili parole,

da sconvolgere fino alla pazzia

la mente di chi si sentisse in colpa;

da far impallidire gli innocenti;

da confonder gli ignari e sbigottire

vista e udito del pubblico?

Ed io, balordo impastato di fango,

inerte come un Zanni-tuttisogni, 73)

mi consumo così

nella sterilità della mia causa,

senza dir nulla a difesa di un re

cui dalla mano di un bieco assassino

furono tolti la vita e gli averi!

Son dunque un tal codardo?

E non c’è un cane che mi prenda a schiaffi,

mi chiami vile, mi fracassi il capo,

che mi strappi la barba,

e me la sbatta ontosamente in faccia,(74)

e mi tiri pel naso,

e mi ricacci in gola la menzogna

giù giù fino ai polmoni… no? Nessuno?

Ah, ch’io mi prenderei tutto da tutti,

sangue di Cristo! Perché così è:

che ho il fegato d’una colomba,

senza il fiele che rende amaro il torto:

se no, di quanto avrei dovuto già

ingozzar gli avvoltoi della regione

con la carogna di questo ribaldo,

sanguinario ed immondo delinquente,

crudele, traditore, lussurioso,

ignobile, villano!… O mia vendetta!

che asino son io!… Che bel coraggio!…

Figlio d’un caro padre assassinato,

che cielo e inferno chiamano a vendetta

sono qui a gravarmi il cuore con le chiacchiere,

e bestemmiare come una sgualdrina

o un lavapiatti!… Infamia! Puàh! Vergogna!

Svegliati mio cervello!

Ho inteso che talora criminali,

stando a teatro, tanto impressionati

siano rimasti dalla realtà

a bella posta messa sulla scena,

da spiattellar là stesso i loro crimini.

Perché il delitto, se pur non ha lingua,

ha una sua voce, che sa di miracolo.

Devo far recitar da questi attori

qualcosa che, in presenza di mio zio,

richiami l’assassinio di mio padre.

Starò poi a spiar la sua reazione.

Lo voglio scandagliare fino in fondo.

Se appena accenna a un minimo sussulto,

so quel che fare. Il fantasma che ho visto

potrebb’essere un diavolo; e il diavolo

ha il potere di comparire agli uomini

in forme seducenti e ingannatorie;

e chissà che non voglia profittare

della mia debolezza

e del mio stato di malinconia

– due umori su cui ha gran potere –

per ingannarmi e indurmi a dannazione.

Voglio avere più positive prove.

E il dramma recitato sarà il mezzo

per catturar la coscienza del re.

Ancora una volta Amleto utilizza il dubbio come movente del reato di atto mancato, stavolta utilizzandolo a sua discolpa dopo un pressante processo di autoaccusa. Cerca di auto assolversi.

Il fantasma che ho visto

potrebb’essere un diavolo; e il diavolo

ha il potere di comparire agli uomini

in forme seducenti e ingannatorie;

e chissà che non voglia profittare

della mia debolezza

e del mio stato di malinconia

– due umori su cui ha gran potere –

per ingannarmi e indurmi a dannazione.

Voglio avere più positive prove.

E il dramma recitato sarà il mezzo

per catturar la coscienza del re.

Il rapporto con Orazio

Nel disegnare i rapporti di amicizia di Amleto, Shakespeare resta fedelissimo al suo personaggio. Il carattere Sei chiede all’amicizia innanzitutto fiducia e fedeltà e sono questi i valori sui quali Amleto sceglie i suoi compagni. Ad un certo punto fa una puntualizzazione interessante:

Ed ora, cari amici,

poiché amici mi siete tutti e due,

chi condiscepolo, chi camerata

Amleto sottolinea la differenza tra i due amici, chi amico di studi, chi compagno d’armi. Questa scelta mi appare tipica del Sei che non concede fiducia facilmente, ed anche quando lo fa non rinuncia al controllo. Quello di mettere le proprie amicizie all’interno di categorie è qualcosa di tipico del Sei. Così facendo mantiene il controllo sulla distanza emotiva regolando i livelli di guardia, amici più vicini, meno vicini, lontani. Anche se un Sei non si rilassa mai, deve pur provarci in qualche modo!!!

L’amico che Amleto reputa il più vicino, e degno di fiducia è senza dubbio Orazio.

AMLETO – Orazio, tu sei proprio l’uomo giusto

col quale mi sia occorso fino ad ora

di scambiare parola.

ORAZIO – Mio signore!…

AMLETO – Non creder ch’abbia voglia di adularti.

Che guadagno potrei sperar da te

che non hai, per mangiare e per vestire,

altra rendita fuori del tuo ingegno?

A che pro adulare uno che è povero?

Lecchi pure, la lingua tutto zucchero

l’assurda pompa, il ridicolo sfarzo;

e le rotelle dei pingui ginocchi

si pieghino là dove il vile ossequio

può ritrarne profitto. Tu m’intendi.

Da quando questa cara anima mia

fu padrona di fare le sue scelte

e fu in grado di scegliere tra gli uomini,

essa ha marcato te del suo sigillo;

però che tu sei uno

che, di tutto soffrendo, sei capace

di non soffrir di nulla; sei un uomo

che ha saputo ricever dalla sorte

gli schiaffi e le carezze,

con pari spirito di gradimento.

E fortunati quelli in cui l’istinto

è così ben commisto al raziocinio

da non esser per la Fortuna un piffero

ch’ella possa suonare a suo talento

diteggiandolo come più le piace.

Portatemi quell’uomo

che non sia schiavo delle sue passioni

e io me lo terrò stretto sul cuore,

come faccio con te.

Amleto fa un complimento ad Orazio che sembra rifiutarlo ma, poiché necessita dell’amico per il suo piano,il principe  gli spiega che ciò che dice non è adulazione, e gli spiega perché lo ritiene giusto/amico.

Amleto sente sinceramente affetto, stima e fiducia per Orazio, ma è la necessità di coinvolgerlo nei suoi piani che gli consente di “avvicinarsi ad Orazio con parole amorose” e superare la diffidenza.

La necessità di Amleto crea l’opportunità di esprimere affetto, adulando un amico dal quale non potrà ricevere fortune (opportunismo che Amleto rifiuta), ma potrà ottenere che faccia ciò che gli chiede. Sembra che Amleto abbia la necessità di chiarire  a se stesso perché sta per affidare il suo segreto ad Orazio, quasi come se volesse rassicurarsi circa l’opportunità di farlo.

Con Ofelia, invece, egli usa la tattica del mettere le mani avanti tipica del Sei, anticipando i dubbi dell’interlocutore ancora una volta,:

 Dubita che le stelle siano ardore,

“che il sole ruoti intorno alla sua sfera,

“dubita che la verità sia vera,

“ma dubbio non avere del mio amore.

“Mia cara Ofelia, io non so rimare,

“mi manca l’arte di dir verseggiando

“i miei sospiri; ma ch’io t’ami tanto,

“eccelsa, tu non devi dubitare.

 

Il transfert speculare

Lo psicologo Paolo Quattrini descrive la modalità transferale del Sei in questo modo:

“anche per un diffidente, cioè con un carattere di pensiero, l’oggetto d’amore è idealizzato in un personaggio straordinario, ma è una divinità su cui non ci si può far conto; è una divinità che può diventare terribile da un momento all’altro, per cui la cosa migliore è in definitiva stare a distanza di sicurezza;” [4]

 Amleto idealizza il padre in quanto lontano, morto, dal quale desidera essere riconosciuto e gli promette per questo vendetta, al contempo la relazione che ha con lo zio Claudio è l’idealizzazione del terribile persecutore, infido e pericoloso.

 

Scampare pericoli

Il passatempo preferito del Sei è il calcolo, la previsione che, data la fissazione del dubbio, ha come obiettivo la certezza di farcela a scampare i pericoli, poiché il mondo è pericoloso.

Talvolta lo è tanto che un Sei fa crescere le sue angosce a dismisura, fino a che la paura diviene talmente insopportabile che porta all’azione.

Avevo in cuore

un conflitto che mi toglieva il sonno.

Stavo peggio d’un prigioniero in ceppi.

D’un tratto, con un gesto temerario

(e sia lode all’audacia, in questo caso:

l’avventatezza talvolta, diciamolo,

ci soccorre laddove ci falliscono

le nostre trame, le più meditate;

e ciò valga a insegnarci che c’è un Dio

che dà forma e sostanza ai nostri fini,

comunque li abbozziamo)…

Il Sei teme spesso di essere vittima di inganni e per questo è lesto nel pensiero, guardingo. La paura lo motiva alla verifica diretta della relazione con l’altro, visto che di verifiche indirette ne fa innumerevoli, con continue messe alla prova che, per una persona che le subisce, possono essere estenuanti.

 

Il passaggio all’atto

C’è un momento però nel quale Amleto finalmente agisce. Tre condizioni lo portano all’azione: la visita al cimitero e il suo contatto con i teschi e i corpi, l’incontro con Laerte, la sfida dello stesso.

 

Perché Amleto compia il suo destino, e possa agire la sua vendetta, occorre che egli contatti il suo mondo emozionale, che si sposti dalla polarità del pensiero per passare a quella del corpo. E’ come se il luogo del cimitero gli permetta di avere un primo contatto con il suo stesso corpo. Le domande che pone ad Orazio mentre specula sui teschi gli permettono in qualche modo di identifica

Costaron dunque sì poco a nutrirle queste ossa,

se dovevano servire

in fondo solo a giocarci alle bocce?

 Se ci penso, mi fan male le mie

 

Amleto “quasi” sente… tuttavia “sente” se ci “pensa”!

 

Poi incontra il dolore di Laerte. Secondo Aldo Carotenuto  Amleto si vendica grazie a un processo mimetico:

“Amleto, infatti, non nutrendo una spinta interiore di adeguata intensità da indurlo alla vendetta, non trova le forme comportamentali che lo possano condurre ad un’azione adeguata. In questa condizione di assenza motivazionale, egli può compiere la vendetta prescrittagli soltanto assumendo gli atteggiamenti esteriori che altri esprimono come naturali conseguenze di un giusto rancore…Amleto riuscirà a vendicarsi concretamente soltanto quando troverà, nell’accesso di dolore di Laerte per la morte della sorella, un modello eccezionalmente valido”[5]

 

Amleto trova in questo un ulteriore impulso verso il suo sentire più profondo, ben nascosto al di là delle sue paure, ma la spinta finale è senza dubbio data dalla sfida inviatagli da Laerte rispetto alla quale si sente di rifiutare.

 Orazio, no; noi sfidiamo i presagi.

Perfino nel veder cadere un passero

ce n’è uno: se adesso è la mia ora,

vuol dire che non è più da venire;

se non è da venire, sarà adesso;

se non è adesso, dovrà pur venire.

Tutt’è tenersi pronti.

Poiché nessuno sa quello che lascia,

che può importare lasciarlo anzitempo?

Lasciamo andare: vada pur così.

Il contatto con il proprio corpo attraverso il senso della morte, l’accesso al suo proprio rancore illuminato da quello di Laerte ed infine la possibilità di esprimere/agire poiché attaccato (spinta controfobica) portano Amleto all’atto finale.

Spesso l’enneatipo Sei indugia nel dubbio fino a quando le condizioni non gli consentono più di fuggire ed a quel punto le possibilità sono spesso ridotte.

Finanche nel momento finale viene fuori un aspetto dell’enneatipo Sei che chiede di continuo rassicurazioni sui suoi comportamenti, evitando fino all’ultimo che si possa  dire di lui che ha avuto un  “comportamento sbagliato”:

No, dammi quella coppa!

Se sei uomo, dammela, perdio!

Mio buon Orazio, qual nome macchiato

vivrà di me, se questi avvenimenti

avessero a rimanere ignoti!

Se m’hai tenuto nel tuo cuore, Orazio,

tieniti ancor lontano, per un poco,

dalla gioia suprema del trapasso,

e seguita su questo duro mondo

a respirare ancora il tuo dolore

per raccontare ad altri la mia storia.

 

Orazio è dunque colui che Amleto ha scelto, restando fedele ai suoi principi di giustizia, per testimoniare che il suo esser stato feroce è stato per esser giusto, e che dovrà attestare, in qualche modo, il suo non essere colpevole.

Mi piace immaginare l’Orazio dell’ultima scena come la luce della coscienza; l’entità che conosce il dissidio interiore, che  opera da assolutore, da voce al doppio, al dialogo interno che libera dalle storture che la passione e la fissazione impongono al “pauroso”, aprendolo alla strada della virtù del coraggio.

 


[1]   “Manuale Corso di Enneagramma dei Tipi di  Carattere” – tratto dalle lezioni tenute nei corsi sal 1991 al 203 – A. Barbato

[2]   “I 108 sottotipi”  – Antonio Barbato – Dispense del corso

[3]   “Un turco napoletano – 1956  Film di Mario Mattoli

[4]    “Per una psicologia del carattere” – Paolo Quattrini – Giunti OS 2013

[5]    L’ombra del dubbio, Amleto nostro contemporaneo – Aldo Carotenuto – Bompiani – e.digit. 2012

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