PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA FERITA ORIGINARIA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA FERITA ORIGINARIA

Presentazione del libro La Ferita Originaria

intervista di

Claudia del Vento all’autore

Antonio Barbato

Claudia: Buonasera a tutti e grazie di essere qui con noi questa sera. Sono emozionata ed anche onorata di potervi presentare il professore Antonio Barbato presidente dell’Associazione italiana Studi Enneagramma, ASS.I.S.E. Antonio è l’autore italiano più noto all’estero nel campo dell’EdT. I suoi contributi originali sono volti alla comprensione delle Passioni e del carattere. Antonio ha tenuto, in oltre 20 anni di insegnamenti, numerosissimi seminari sull’Enneagramma delle Personalità ed ha molti allievi, fra i quali io, seppure da poco rispetto a molti dei presenti che lo seguono da molto più tempo di me.

Oggi Antonio ci presenta la sua più recente fatica, un libro che io reputo fondamentale, nato da oltre 15 anni di studio e di ricerca, dal titolo L’Enneagramma della Ferita Originaria, e che potete vedere qui esposto.

Come potete notare il libro è davvero corposo. Un testo di studio ma anche da lavoro, da leggere, studiare ed usare. Il libro parla dell’EdT come modalità di classificazione dei caratteri ed in questo è un lavoro complesso ed articolato e, tuttavia, la vena dell’autore non lo rende mai arido, perché egli non usa uno stile freddo, distaccato e, se lo leggiamo, ci rendiamo conto dell’umanità e della partecipazione empatica dell’autore alla spesso dolorosa situazione del vivere.

Oltre che di una ricca bibliografia, di moltissime citazioni di filosofi, religiosi e studiosi, il libro è corredato da una ricca collezione di fonti letterarie e cinematografiche, usate con squisita sottigliezza come esempi per farci entrare nel mondo delle dinamiche di quelli che sono i tipi secondo l’EdT.

Io porrò ad Antonio delle domande per entrare nel profondo delle dinamiche trattate dal libro al fine di introdurre sia l’enneagramma che la Ferita Originaria e poi cederò la parola a chiunque voglia fare delle domande su qualche argomento in particolare.

Ringrazio ancora Antonio sia per il suo essere qua che per il suo intrattenersi a discutere di argomenti tanto interessanti e, per cominciare ad entrare nel vivo, vorrei leggere un passo del libro (cosa che farò anche in seguito, perché, secondo me, solo leggendo alcuni passi si può capire che il discorso non si limita ad un’arida classificazione di tratti ma entra davvero nella complessità dell’animo umano).

Nella introduzione tu scrivi: “Fin dal primo momento in cui venni a conoscere l’Enneagramma dei Tipi di Carattere o Personalità nacque in me anche il desiderio di comprendere cosa fosse all’origine di un tipo e delle sue sfumature. Avevo voglia di capire cosa potesse, ad esempio, rendere alcune persone molto simili, mentre altri erano apparentemente così distanti, cosa guidasse alcuni ad esprimere il proprio ego apertamente ed in tutte le forme, a dispetto di coloro che, invece, coltivavano con attenzione e rispetto una forma di profonda riservatezza”. Ecco, io vorrei chiederti: quale avvenimento o motivo personale ti ha spinto a darti animo e corpo all’EdT e al suo studio e, in questo, quali sono stati i tuoi maestri??

Antonio: Prima di tutto fammi dire che non sono avvezzo a ricevere tutti questi complimenti, in gran parte immeritati, perché hai decisamente esagerato, soprattutto in presenza di molte persone che non mi conoscono e potrebbero pensare: “questa persona quanto è sopravvalutata”.

Aggiungo, inoltre, che sono davvero molto contento di vedervi e di intravedere fra di voi amici di lunghissima durata fra i quali, addirittura, alcuni dei partecipanti al primo corso che tenni oltre venti anni fa, che mi hanno fatto la grande sorpresa di venire qui e che mi hanno dato una grande gioia.

Per rispondere alla tua domanda io credo che, come dicevano i filosofi greci (che avevano in questo ragione), ciò che spinge gli esseri umani al cambiamento è quella terribile divinità che loro definivano col termine ananke, termine che possiamo tradurre con la parola, necessità. All’origine della mia ricerca c’era una necessità personale di capirmi, perché, come poi ho compreso quando ho imparato l’EdT, appartenevo ad una tipologia che non riesce ad affrontare la vita con un atteggiamento leggero, appartenevo ad una categoria di persone che debbono spiegarsi il perché una cosa accade a loro e non ad altri e che si fanno molti più problemi di quanto sia necessario.

Avevo, pertanto, la necessità di comprendere meglio la mia vita interiore, capire meglio le consonanze ma anche le differenze che esistevano fra me e gli altri e capire in particolare un mio tratto specifico, che molti fra i presenti che hanno studiato l’EdT sapranno riconoscere come peculiare del mio tipo; quello di non sentirmi mai compreso nemmeno dalle persone più care e vicine.

C’era, quindi, la mia necessità di comprendermi comprendendo gli altri, che mi connotava fortemente e che non vedevo per niente condivisa dal resto del mondo. Retrospettivamente debbo dire che una delle cose che mi faceva stare più male era il fatto che anche le persone che mi volevano bene, di fronte a problematiche che per me avevano un peso specifico molto forte, mi dicevano cose del tipo: “ non ci pensare”, oppure, “ va bene, non fa niente”. Questo per me era semplicemente impossibile e significava ribadire in me la convinzione di essere diverso dagli altri.

La necessità, quindi, è stata la molla che mi ha più spinto ed essa si è sostanziata nella ricerca di qualcosa che mi desse delle risposte. Così ho sperimentato molti sistemi e debbo dire che, all’inizio della mia conoscenza dell’Enneagramma, la prima volta che lo vidi, non rimasi molto colpito dal simbolo in quanto tale.

Ero, piuttosto, interessato al fatto che, secondo alcune fonti, questo simbolo appartenesse ad una tradizione spirituale e che ne trasmettesse in parte gli insegnamenti. Cercai, quindi, di capirlo meglio non per il suo contenuto apparente ma perché sembrava poter orientare verso le radici di questa tradizione.

Il problema era, però, che a quell’epoca, fra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, in Italia c’era una specie di deserto, nel senso che  questo simbolo era spesso utilizzato non in connessione ad una conoscenza che possiamo definire come psicologica, ma in un senso più generale, per illustrare il funzionamento di ogni sorta di processo. Era, in poche parole, più visto come un oggetto magico che come un contenitore di conoscenza e questo non mi piaceva, perché non era ciò che io andavo cercando. Io volevo, come ho già detto, risposte utili a domande irrisolte che mi ponevo.

Questo mio atteggiamento cambiò nel momento in cui, invece, trovai un ambito di applicazione che mi colpì, per il suo accento di verità, fin dal primo momento.

Tale ambito faceva capo allo psichiatra cileno Claudio Naranjo, che ripeteva gli insegnamenti del boliviano Oscar Ichazo, il vero autore della applicazione dell’enneagramma in un modo credibile e concreto ai tipi caratteriali e alla conoscenza psicologica.

Così quello che in precedenza mi lasciava molto perplesso, come il catalogare i tipi in sette, secondo un elenco che riprendeva quello dei pianeti tradizionali del nostro sistema ed elencava fra i “solari” tutti i personaggi che brillavano o si erano distinti, anche se erano diversissimi fra di loro, diventò un ordine molto ben strutturato e ordinato, che descriveva le relazioni fra i caratteri secondo delle sequenze e delle correlazioni precise.

Molte delle difficoltà di comprensione si risolsero e il mondo interiore delle persone mi sembrò, grazie a questa chiave interpretativa, molto più leggibile, chiaro e semplice.

L’EdT, quindi, mi ha enormemente aiutato nel percorso sia della comprensione di me stesso che degli altri. Un passaggio che è indispensabile se uno vuole avere un vero dialogo, una vera comunicazione con un’altra persona, che va vista per quello che veramente è e non per quello che ti immagini possa essere.

Claudia: Si può dire che questo tuo percorso partito come ricerca personale e poi diventato la passione dello studioso alla ricerca di nuove risposte che non riceveva da altri ambiti?

Antonio: Si. Debbo aggiungere che anche questa è una delle caratteristiche del mio tipo, che non si accontenta facilmente delle risposte ma deve cercare di trovare qualcosa che possa essere esaustivo o convincente. Così, visto che all’epoca in italiano non c’era quasi nulla, mi sembrava strano che nessuno dei miei compagni di studio avesse il desiderio di saperne qualcosa di più e si attivasse per cercare di trovare qualcosa in un’altra lingua.

Le persone sembravano accontentarsi di quel poco che gli veniva detto e che dipingeva i tipi come se fossero dei bozzetti. Io volevo di più e così, ad esempio, mi misi alla ricerca dell’unico documento scritto da Ichazo che era rinvenibile in Italia; una intervista rilasciata nel 1973 ad una famosa rivista americana che era presente solo presso la biblioteca nazionale di Firenze. Ci riuscì, grazie ad una serie di circostanze fortunate e me ne feci mandare una copia, la cui lettura fu illuminante.

Poiché io sono fermamente convinto che chi cerca alla fine trova, perché la stessa azione del cercare crea un movimento che è simile a quello di una candela che dirada il buio e permette di orientare i tuoi passi, ebbi infine la possibilità di entrare in contatto con una persona, diventata poi un carissimo amico, che è di origine lituana ma ha vissuto per diversi in Italia prima di emigrare negli USA, dove ora vive da tanti anni ed è l’editore dell’unica rivista di rilievo internazionale del settore. Egli, che è una persona di grande disponibilità e generosità, mi aprì un mondo mettendomi a disposizione una marea di materiale, ovviamente in inglese, che mi permise di conoscere moltissime cose che in Italia erano totalmente ignote. Per questo, nella introduzione, ho voluto ringraziarlo pubblicamente per tutto l’aiuto che mi ha dato e mi continua a dare.

Claudia. Credo che da queste parole abbiate potuto capire che la mia non era piaggeria ma che Antonio ha alle sue spalle davvero un lungo percorso personale. Per introdurre la seconda domanda voglio leggere un piccolo brano. “Mentre cammino nella vita respiro e mi muovo, senza rendermi conto che i pensieri si susseguono meccanicamente. Rispondo e reagisco agli stimoli esterni automaticamente, indossando gli indumenti dell’ego, mentre i miei impulsi emotivi governano i miei umori e le mie scelte. Posso definirmi veramente come un essere umano cosciente? Cosa è reale in me? Posso accorgermi di quello che accade dentro di me e di come si manifesta nella quotidianità? Potrei scoprire quale è il senso di questo viaggio, in questa vita?”

Alla luce di questo la domanda che io pongo è questa: l’Enneagramma può aiutare a sviluppare le potenzialità umane e la possibilità di crescita psicologica e spirituale attraverso il suo studio?

Antonio: Se non credessi nella possibilità che questo possa accadere probabilmente non avrei scritto il libro e non mi sarei dedicato con tanta applicazione allo studio dell’Enneagramma. Hai citato delle frasi che descrivono l’esperienza umana, perché, in realtà, noi non ci accorgiamo di quanto siamo in qualche modo eterodiretti. Nel nostro vivere quotidiano siamo, come dice un famoso proverbio orientale, come dei pesci che sono nell’acqua ma non sanno di esserlo, nel senso che in noi esiste una sequenza di abitudini automatiche, di condizionamenti del pensiero, di modi di percepire la realtà soprattutto dal punto di vista emozionale, che sono predeterminati.

Questa è l’abitudine che ci portiamo dietro fin dal momento in cui al mattino apriamo gli occhi e che oggi, grazie alla cibernetica, possiamo capire facilmente, perché abbiamo conoscenza di cosa è un programma e di come esso può governare un computer fin dal momento nel quale viene acceso. Tuttavia, è molto più difficile rendersi conto che un programma ce lo abbiamo noi anche se la psicologia umanistica, ed in particolare la scuola dello psicologo canadese Eric Berne, lo aveva capito fin dalla metà degli anni sessanta, dato che sosteneva che noi siamo diretti da un copione, che nella sua interpretazione era un copione di vita. La meccanicità, invece, è qualcosa di molto di più spicciolo. E’ il modo col quale percepisco le cose del mondo dal punto di vista emozionale o come le interpreto dal punto di vista cognitivo.

Quando si deve dare una spiegazione del perché accadono certe cose, ognuno di noi, senza accorgersene, tende automaticamente a fare ricorso a questo tipo di meccanicità ed allora è chiaro che non riusciamo nemmeno a rendercene conto, proprio come il pesce del proverbio che ho citato. Ammettiamo, invece, che riuscissimo ad uscire dall’acqua. Sarebbe chiaro allora che ci sono altri elementi, che c’è l’aria, che c’è la terra e potremmo, quindi, capire che ci sono modi alternativi di stare nel mondo.

L’auto osservazione, che è il primo passaggio fondamentale, nasce proprio dalla necessità di contrastare questa attitudine della meccanicità che ci impedisce di vedere la verità oggettiva, di comprendere quali sono le mie modalità di azione/reazione, quale è la norma del mio comportamento, come agisco in concreto.  Come diceva il saggio Confucio questa necessità si può comprendere con il suo precetto: “meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”.

Il secondo passaggio può essere definito come auto comprensione. Quindi, non solo che cosa faccio ma anche in che modo lo faccio; quali sono i meccanismi che attivo nel farlo. Faccio un esempio di questa modalità, traendolo dalla vita quotidiana. Se arrivo alla fermata dell’autobus di corsa e l’autista non mi apre la porta e se ne va, come reagisco? Se cerco di comprendere mi accorgo che il mio carattere mi porta ad avere delle reazioni predeterminate, perché non siamo abituati a pensare che, ad esempio, l’autista fa il suo lavoro e, quindi, non può aspettare me. I caratteri danno delle risposte molto diverse che si verificano in un modo automatico, così c’è chi se la prende come se fosse un fatto personale e pensa lo ha fatto a me, oppure, ce l’ha con me (risate dei presenti) e reagisce in un certo modo e chi invece considera il fatto mettendolo in relazione con altri suoi comportamenti ed assume una posizione del tipo: ah se non avessi perso quei due minuti che ho sprecato scendendo con l’ascensore.

Questi esempi possono sembrare banali ma ci fanno ben vedere il modo col quale reagiamo alle cose che ci accadono, senza nemmeno rendercene conto. Così ho visto persone di una certa tipologia, in cui l’impulsività emozionale è molto forte, aggredire la macchina, perché non parte e loro sono già in ritardo, prendendola a pugni e dicendo cose del tipo: “questa bastarda non capisce la mia difficoltà”. Mentre un altro tipo di carattere è convinto che il resto del mondo ce l’ha con lui e, come è illustrato dal simpatico aneddoto detto Il Martello di Watzlawick, dal nome dello psicologo che lo utilizzava, pensa che le sue necessità, le sue richieste, possano provocare nell’altro un moto di aggressività e, di conseguenza, si carica fino al punto in cui segue una serie di pensieri assolutamente non realistici ed esplode con un’aggressività che è assolutamente immotivata.

Alla maggior parte di voi questa sembrerà una follia e, tuttavia, quando raccontai la storiella ad un corso uno dei presenti si alzò e disse: “Io ho fatto esattamente lo stesso con le chiavi di casa, perché me le ero dimenticate e volevo andarle a chiedere al portiere ma pensai che forse egli stava mangiando, data l’ora. Però non ne potevo fare a meno e così, dopo un lungo pensare, andai dal portiere e quando lui aprì la porta della sua guardiola io l’aggredii, dicendogli: “ma io la pago anche perché lei mi tenga le chiavi”.

Ecco questa è meccanicità e questo spiega la necessità della comprensione delle cose minute, una delle cose che, se sottovalutate, fa deragliare anche le iniziative più spiritualmente elevate. In altri termini il mondo è molto più difficile da gestire nella sua quotidianità, nella sua meccanicità, nella sua materialità che non nell’ideare un grande disegno, un grande progetto. Ho visto molta gente troppo intossicata d’incenso e che voleva il mondo ma era, tuttavia, incapace di buttare l’immondizia e di rifare i piatti sporchi.

Domanda: Perché valuta questi casi solo come esempi di negatività? A me, per esempio, è accaduto la settimana scorsa di perdere le chiavi nel canale dell’ascensore ed ho subito chiesto aiuto al portiere che, però, non è riuscito a recuperarle. Allora ho chiamato un tecnico che è riuscito a risolvere il problema ed io ho ringraziato l’universo per l’aiuto di questa persona e perché non mi è capitato di Sabato notte. Si può, quindi, essere grati per questi tipi di esperienze che ci permettono di comprendere meglio la realtà?

Antonio: Se si riesce ad interpretare la realtà in questo modo, senza però cadere nell’errore di voler vedere sempre tutto con gli “occhiali rosa”, se così si può dire, o a vivere le esperienze con l’atteggiamento che aveva il Pasquale della famosa storiella del grande comico Totò, allora si può dire quello che ha detto lei. Comunque, tenga presente che non tutte le cose negative che ci accadono possono essere lette in positivo ed è, pertanto, estremamente importante saper discernere. Da questo punto di vista è importante sapere che almeno un tipo caratteriale tende a voler vedere come positive anche le cose che non sono tali.

Claudia: Io volevo portare adesso l’attenzione sulla seconda parte del titolo del libro, dove si parla di Ferita Originaria. Questa ferita è originaria perché si verifica quando si è bambini ed allora volevo chiederti che cosa è e, per introdurla, leggo uno dei tanti casi vissuti di cui il libro abbonda.

Mia madre mi ha avuto che era troppo giovane e, di conseguenza, era sempre troppo ansiosa. “Attento a quello che fai”, “non farti male”, “non saltare che puoi cadere”, questi sono i miei primi ricordi di quello che mi diceva. Talvolta era faticoso, perché mi stava addosso continuamente, ma lei almeno cercava di farmi sentire importante, mentre per mio padre ero un soldatino che doveva obbedire e basta. Mi sforzavo di eseguire i suoi ordini e di esaudirlo, ma sembrava che non andasse mai bene. Tutto quello che sembrava andar bene per uno non andava bene per l’altro.

Questa è la testimonianza di un adulto che ricorda alcuni passaggi del suo vissuto infantile e, come ho già detto, il libro ne è pieno ed è molto interessante leggerle e dedurne la parte teorica che poi Antonio riesce a spiegare. La mia domanda è, quindi, che cosa è la Ferita Originaria e come si sviluppa nel bambino??

Antonio: Secondo il mio punto di vista, la ferita è l’esperienza fondamentale che da origine al carattere. Non è un trauma, non è qualcosa che si verifica una sola volta nel corso della vita di una persona ma è, piuttosto, la quotidianità con la quale il bambino si confronta nel corso della crescita che è, ovviamente, l’ambiente nel quale egli cresce.

Non vorrei spendere troppe parole nel ricordare che, senza un ambiente che si prende cura di noi e ci da una costante definizione di certe cose, non raggiungiamo nemmeno un livello nel quale abbiamo una personalità o, per dirla meglio, una identità. C’è una sequenza di passaggi che ogni essere umano fa, un po’ ripercorrendo a livello individuale quello che è accaduto alla razza umana, che lo porta ad evolversi dalla indifferenziazione propria della nascita allo stato nel quale c’è, invece, una identità stabile definita e differenziata.

L’identificazione di tali passaggi è stata un po’ la mia linea guida, perché, secondo me, se vogliamo capire quello che siamo, dobbiamo anche cercare di capire come siamo arrivati ad esserlo. Soprattutto, se, come dicevamo prima, è la meccanicità che mi induce a vedere le cose in un determinato modo, non importa se positivo o negativo, è importante arrivare a capire in che modo sono entrato in questo tunnel.

Io definisco questa esperienza come ferita originaria perché, dal mio punto di vista, essa è un adattamento forzato, che il bambino deve necessariamente operare, simile a quella che subivano le vittime del cosiddetto letto di Procuste. Costui era un ladrone che costringeva le sue vittime, se erano alte, a stare in un letto minuscolo, tagliandogli le gambe per non farle sporgere, oppure, se erano piccole di statura, a giacere in letti giganteschi ed a stiracchiare le membra per adattarvici.

In un modo analogo noi siamo costretti a confrontarci con quello che circonda ed a trovare inevitabilmente un modo per venirci a patti. Così se vivo in un ambiente in cui predomina la normatività, le richieste, la capacità di raggiungere risultati straordinari sin da quando sono piccolissimo, reagirò a quell’ambiente cercando di dare risposte più o meno adeguate ad esso.

Così se nasciamo in un ambiente che, ad esempio, è emozionalmente freddo, svilupperemo di più certe caratteristiche mentre, se nasciamo in un contesto più permissivo, ne sviluppiamo altre diverse. Io intendo questo tipo di passaggio come un ferita, sia perché perdiamo una parte della nostra naturalezza originaria (e questo è inevitabile) sia perché l’ambiente fa nei nostri confronti delle pressanti richieste e ci impone pesanti condizionamenti ai quali cerchiamo di rispondere nei pochi modi che ci sembrano permessi. Facciamo un po’ come fanno gli alberi esposti ad un forte vento; incliniamo il nostro tronco nella direzione del vento per evitare di spezzarci.

La Ferita Originaria è, quindi, contemporaneamente l’esperienza che fa nascere il carattere e la carenza/disequilibrio di una specifica energia della quale abbiamo bisogno.

Sotto questo ultimo profilo il processo può essere visivamente compreso osservando le prime piramidi egiziane; non quelle classiche della piana di Giza ma quelle anteriori, fatte a gradoni o a livelli successivi, nelle quali ogni livello si innestava e diventava tutt’uno con il livello precedente. Molte di queste piramidi, tuttora in piedi, non sono diritte ma sono inclinate su un lato, perché i costruttori non avevano ben compensato le energie, c’era una carenza da una parte o un eccesso di peso dall’altra e tutta la struttura ne risultava squilibrata,

In qualche modo ciò è quello che accade anche a noi e fa nascere il carattere, che ci fa essere un po’ “deformati” nella struttura, un po’non equilibrati, un po’ “feriti”.

Claudia: La mia ultima domanda, prima di lasciare a voi la possibilità di intervenire, è questa: Quali sono i possibili vantaggi che si possono ricavare dalla lettura del libro?

Antonio: Ho già detto prima che auto osservazione ed auto comprensione sono due passaggi fondamentali, Il terzo, che è il più complicato ma anche il più indispensabile, dovrebbe essere quello della auto trasformazione. Un processo che è necessario quando, guardandoci con occhi oggettivi, ci accorgiamo (e vogliamo accorgerci) che qualcosa non va bene.

Questo libro cerca di operare come una lente focalizzante, che permette di vedere meglio quello che uno è. Per questo motivo io consiglio, a coloro che non hanno già fatto esperienza di un corso di EdT, di partire dalla seconda parte, di leggersi prima la parte che descrive i tipi come un sistema di tratti caratteristici, eppoi di leggersi la prima nella quale si parla di carenze energetiche, perché in questo modo ci permette di comprendere che si sta parlando in un modo oggettivo.

In altri termini non si sta parlando di me, come soggetto individuale, non c’è un attacco o una critica che sono rivolti a me, non c’è qualcuno che, ad esempio, mi sta dicendo che sono troppo rigido oppure che non voglio interagire con gli altri ma, piuttosto, c’è una descrizione oggettiva di quello che sono. Vengono descritti dei fenomeni su una base universale e si può dire che il vantaggio di avere una classificazione caratteriale è proprio quello di avere una valutazione che descrive dei fenomeni generalizzati, di una modalità di essere nel mondo, di una categoria e non di una persona.

Nel libro io cerco di fornire degli strumenti, tenendo presente che questo libro non è e non pretende assolutamente di essere una terapia, per un auto aiuto. Cerco di fornire degli strumenti che permettano alla persona di focalizzarsi di più su quello che può fare.

Nel momento in cui realizzo che il mio modo di essere si è basato adattativamente su una carenza/squilibrio di una energia, so anche che ho fatto quello che poi sono diventato per quel motivo, ma che non ho più bisogno di continuare a farlo oggi. Capisco che non ho più bisogno di dover continuare ad andare in giro per il mondo con una corazza di novanta chili addosso, che non sono più un bambino di quattro/cinque/sei anni che doveva subire forzatamente un ambiente. So che adesso posso assumermi delle responsabilità per me stesso, andare in giro un po’ più liberamente, posso permettermi anche di fare delle cose che non mi piace fare, perché non mi distruggeranno.

Posso accettare, ad esempio, di non essere indispensabile, che le cose vadano come vanno, accettare che posso sbagliare nel valutare le conseguenze delle cose, che ci possa  essere negatività nel mondo, che sono unico ma non tanto particolare da risultare indecifrabile agli altri. Accettare il fatto che non è vero che il resto del mondo ce l’ha con me, oppure che deve essere a mia disposizione quando io voglio o non voglio fare una cosa.

Tutto questo significa auto responsabilizzazione, cercare di prendersi finalmente carico di se stessi, convincersi che adesso si può fare qualcosa per se stessi. Oppure, e per certi tipi questo è altrettanto  importante, non farsi carico di troppe cose, di non cercare di spingere il fiume, di lasciare che le cose vadano come vanno, senza stare troppo sul pezzo, di accettare, anche se questo può essere molto duro, che l’incertezza è propria del mondo.

Altri devono lavorare, anche se questo può apparire paradossale, sul darsi importanza, sulla necessità di chiedere per sé, di realizzare che è importante ottenere per sé e non solo per gli altri, come sono abituato da sempre a fare.

Questo è un po’ il messaggio dell’ultima parte del libro che può essere riassunto nella frase: “ ecco per cercare di cambiare certe determinate cose oggi puoi fare leva sulla tua responsabilità” e, quindi, cercare di utilizzare gli strumenti che ti metto a disposizione nella speranza di poter concretamente riuscire a fare qualcosa.

Domanda: Visto che, come lei ha giustamente detto, nel momento in cui cominciamo a comprendere l’altro riusciamo anche a ridurre il nostro livello di difficoltà relazionale, a ridurre il livello del conflitto interpersonale e a scoprire le reciproche meccanicità, si potrebbe cominciare ad impartire questo tipo di insegnamento ai piccoli in modo da evitare di essere feriti e di dover poi ripartire dalla comprensione e dalla difficile eliminazione dei suoi effetti?

Antonio: La domanda è molto significativo, quindi, la risposta deve essere necessariamente molto articolata e spero che mi scusiate per questo anche se cercherò di essere sintetico. All’atto della nascita noi ci confrontiamo con due problemi fondamentali dovuti alla evoluzione della nostra specie. Il primo è che il nostro cervello emozionale è già al massimo della sua capacità di risposta, mentre quello logico è ancora in formazione. Di conseguenza siamo esposti ai sovraccarichi derivanti dal percepire con estrema forza tutti gli impatti emozionai e dal non riuscire a gestirli.

Come dicevo prima non si sviluppa nemmeno il senso di sé, se non abbiamo con noi altri esseri che ci danno quelle energie che ci sono indispensabili e che non sappiamo procurarci. Questo è illustrato dall’esempio dell’esperimento, citato nel libro, voluto dal grande imperatore Federico secondo. Federico, animato da una grande curiosità intellettuale, era intenzionato a scoprire quale potesse essere il linguaggio che un essere umano avesse parlato naturalmente. Per l’imperatore la parola “naturalmente” aveva il significato di verificare se l’essere umano, cresciuto in assenza di stimoli da parte dell’ambiente, avesse sviluppato quella che per lui era la forma più primitiva di linguaggio.

Federico riteneva che i bambini, cresciuti senza essere contattati dalle persone che li circondavano, ma nutriti ed adeguatamente seguiti dal punto di vista della salute fisica, avessero cominciato a parlare in ebraico, cioè in quella che all’epoca era ritenuta essere la lingua più antica dell’umanità. L’imperatore, pertanto, selezionò un gruppo di una ventina di bambini e ordinò alle balie che li accudivano di non far mancare loro nulla dal punto di vista del benessere fisico.

Ogni altro tipo di contatto doveva, però, essere inibito. Le balie dovevano nutrire i bambini, pulirli, dar loro le cure necessarie al mantenimento di una buona salute fisica, ma non dovevano assolutamente rivolgersi a essi, prenderli in braccio o avere con loro un qualunque tipo di comunicazione, non importa se verbale o non verbale. Egli li fece deprivare, quindi, proprio di quelle energie di cui vi ho parlato. L’esperimento ebbe un esito assolutamente inatteso, perché i bambini finirono tutti col subire la stessa sorte. Raggiunta l’età di sette o otto mesi e in mancanza di ogni risposta ai loro stimoli da parte del mondo esterno, i bambini cominciarono a scoppiare in un pianto disperato, cui seguì una fase di ritrazione e di assoluta chiusura in se stessi e poi, con una sorta di fatalistica rassegnazione, morirono.

Questo esperimento ci dice, in modo incontrovertibile, che non possiamo operare su un bambino prima che esso assuma una identità; dobbiamo, invece, cercare di operare sui genitori, sui caregivers, sia per curare il nostro bambino interiore, sia per comprendere il bambino interiore delle persone con le quali abbiamo una relazione, sia per evitare quello che Philip Larkin, un grande poeta inglese del novecento, definiva come il contagio della peste emozionale.

Un caregiver veramente consapevole, indipendentemente dal suo sesso, è anche capace di comprendere concetti che sono fondamentali per un adeguato sviluppo del bambino. Questo genitore capirà, così, che i permessi sono indispensabili ma che l’eccesso di permesso è dannoso, che i divieti sono indispensabili ma che il loro eccesso è fortemente negativo, che sostenere un bambino è indispensabile ma che sovraccaricarlo di aspettative è negativo. Una capacità che i latini avevano ben compreso, quando affermavano che in medio stat virtus, e che un bambino piccolo non può ovviamente avere.

Claudia: Credo che tutti noi presenti davanti a questi concetti dobbiamo un po’ fermarci e riflettere profondamente, sulle cose che Antonio ci insegna e sul come poterle utilizzare nella vita di tutti i giorni. Ringrazio lui e tutti voi per essere stati qui e aver condiviso con me questa bella esperienza.

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