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MONTECRISTO: L’OSTINATA VENDETTA DI UN QUATTRO.

MONTECRISTO: L’OSTINATA VENDETTA DI UN QUATTRO.

MONTECRISTO: L’OSTINATA VENDETTA DI UN QUATTRO.

di Alfredo Mazzara

Per quanto tempo riuscireste a pianificare una vendetta nei confronti di qualcuno?

Se la risposta è “più di vent’anni” i casi sono due: o siete un Quattro Ostinazione, oppure il vostro nome è Edmond Dantés, il protagonista del celebre romanzo di Alexander Dumas, Il Conte di Montecristo.

E’ infatti una storia di ostinata vendetta, quella di Dantés: un uomo ingiustamente recluso che dopo dieci anni di atroce detenzione, evade con in pugno la mappa di un grosso tesoro e, per altri dodici anni, pianifica una vendetta sofisticata e terribile, fino a punire i responsabili delle sue sventure.

I tratti peculiari del Quattro, nel personaggio di Dantés, sono facilmente ravvisabili: basterebbe soffermarsi sulle parole con cui lo stesso protagonista si congeda in una lettera alla fine del romanzo, per trovare tracce della passione “Invidia”del Quattro: “non vi è né felicità né infelicità in questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro”. Oppure il tema ricorrente del dolore, vissuto come l’inevitabile pedaggio per accedere al senso autentico della vita: “Solo chi ha provato l’estremo dolore può gustare la suprema felicità”.  

Ma cosa si nasconde dietro una vendetta così longeva?

Le storie di riscatto (nascano o meno, come in questo caso, dalla penna generosa di Alexander Dumas) hanno in genere larga presa sul pubblico perché si basano su un meccanismo primordiale, nel quale chiunque può riconoscersi: la sete di giustizia.

Una sete che conduce sempre alla fine ad un bivio morale, ad una scelta inevitabile: perdono o vendetta?

Occorre riflettere su questo bivio, per comprendere la psicologia da Quattro di Dantés.

Perché sceglie di vendicarsi?

Se il sentimento della vendetta è per tutti, la sua attuazione non è da tutti. Richiede talento, determinazione. E una buona dose di presunzione, quella che ti fa sentire al di sopra delle regole, quando le stesse regole – di un Dio o di una legge- vengono ritenute parziali o ingrate. Analizzeremo tutti questi ingredienti e come si articolano nella mente di un Quattro Ostinazione.

Partiamo, pertanto, da un principio preliminare: non ci si vendica mai per caso, o per sbaglio. La vendetta non è come l’innamoramento. Non ti accade.

La scegli. Rispetto al perdono, al quieto vivere, all’ignavia.

Chi si vendica dedica tempo, energia, pensiero al suo nemico. E’ ossessionato dal ristabilire – almeno per quanto gli riguarda – un ordine che, spera, possa portargli sollievo.

La vendetta, richiede dunque sacrificio, oltre che dedizione. Elasticità e capacità di cogliere le opportunità.

E lo stesso vale per Dantés.

Evaso dal castello di If nel 1838, dopo dieci anni circa di detenzione, riceve dall’abate Farìa, suo compagno di prigionia, la mappa di un enorme tesoro, che -stando alle indicazioni della mappa- sarebbe sepolto nell’isola di Montecristo.

Dantés potrebbe recuperare quelle immani ricchezze e ricominciare altrove una vita di agi e piacere. Se non il perdono, potrebbe almeno darsi pace. Quel tesoro potrebbe essere una forma di risarcimento morale da parte del destino. E neanche tanto misero, dopo tutto.

Cosa lo spinge invece a rifiutare la serenità di una vita da nababbo per dedicarsi alla vendetta?

 

DIETRO LA VENDETTA DI UN QUATTRO

A scatenare tutto c’è innanzitutto l’alibi del Quattro: l’Ingiustizia. L’alibi è il filtro consapevole con il quale si interpreta un evento per trarre una giustificazione ad agire, sia per difendersi che per attaccare.

Vediamo come tutto ha inizio.

E’ il 1815, Napoleone è in esilio sull’isola d’Elba e in Francia regna Luigi XVIII. Dantés fa il marinaio, ha diciotto anni e sbarca a Marsiglia. Ha appena ricevuto una promozione ed ha in programma di sposare la sua amata Mercedes.  Qualcosa però va storto: viene arrestato con l’accusa di bonapartismo, a causa di una lettera affidatagli da Morrel, il capitano della sua nave, del cui contenuto Edmond è ignaro. A denunciarlo è Danglars, il suo contabile di bordo, geloso della nomina di Dantés a capitano di vascello. Complice di tutto è anche Fernando, uno spasimante di Mercedes, insieme all’omertosa partecipazione di Caderousse, un vicino di casa di Dantés.

Quando Edmond viene condotto in gendarmeria e interrogato, il sostituto Procuratore Villefort realizza subito l’innocenza dell’imputato, ma scopre che la lettera incriminata – per un atroce coincidenza- accuserebbe proprio suo padre. Villefort decide così di far imprigionare Dantés nel castello di If per salvaguardare così la propria carriera politica.  Oggettivamente si può affermare che la prigionia di Dantés scaturisce da una ragnatela di intrigo, gelosie e interessi personali. Ma qui ci preme notare come nella mente di Dantés,  tutto ciò piuttosto che “illegittimo”, “insensibile” o “ingannevole” – giusto per citare alibi di altri enneatipi-  sarà principalmente vissuto come una profonda “ingiustizia”

Dantés  inizia progressivamente, grazie a Farìa, suo compagno di prigionia, a ricostruire i tasselli del puzzle, fino a venire a conoscenza delle cause e dei responsabili della sua rovina. Quando ritorna a Marsiglia, Edmond scopre che i responsabili della sua disgrazia vivono – ingiustamente- tra agi , ricchezza ed onorificenze. Ferdinando ha sposato la donna da lui amata, Mercedes, ed  è stato nominato Conte di Morcerf.  Danglars – l’ufficiale di bordo, geloso della sua carriera, è diventato banchiere grazie alle speculazioni spagnole ed è stato nominato anche Barone. E Villefort, è stato promosso procuratore del Re.

Il destino sembra aver premiato tutti i farabutti ed essersi accanito con gli onesti. Perfino Pierre Morrel — l’armatore della nave Pharaon su cui lavorava Edmond – che negli anni ha cercato di aiutarlo in tutti i modi, è caduto in disgrazia, strozzato dai debiti.

Dantés sente di dover ristabilire un ordine. Il senso di ingiustizia percepito, si fa cosmico. Arriva a sentirsi perfino investito da un compito divino. Quel tesoro immenso, ritrovato sull’isola di Montecristo, viene percepito come più che un risarcimento, come un segno divino a fare giustizia. Rovinare i disonesti e riparare i torti, diventa così il suo unico motivo di vita.

 

QUALITA’ DELLA VENDETTA, TRA FISSAZIONE E PASSIONE

Chiarite le motivazioni della vendetta per Dantés, occorre approfondire la speciale qualità che essa assume in un Quattro.

Dopo i dieci anni di reclusione passeranno ancora ben dodici anni prima che Dantés possa riscuotere la sua vendetta. Un uomo ricchissimo – quale è diventato grazie al tesoro di Farìa-  potrebbe assoldare dei sicari, dei torturatori, esaudire egli stesso in tempi rapidi la sua vendetta. Perché aspettare così tanto tempo?

Perché mettersi personalmente in gioco?

Il Quattro, come è noto, desidera desiderare. Una rapida e truculenta fine dei suoi nemici non appagherebbe l’evitamento dell’Ordinarieta’ e non darebbe modo alla fissazione dell’Insoddisfazione di esistere.

Non siamo nella triade del ventre. Non c’è qui una rabbia incontenibile, come quella di un Otto, che cerca nella fisicità lo sfogo immediato e gode del corpo a corpo.

Nel Quattro la vendetta ha bisogno di pensiero, dunque di tempo, per maturare in tutti i suoi aspetti psicologici.

La passione della “invidia”, intesa  – per citare Sant’Agostino- come “odio della (ingiusta) felicità altrui” –  conduce Dantés a paragonare sempre il suo destino ingrato a quello ricco e fecondo dei suoi nemici. E’ questa “carenza interna” che impedisce a Dantés di liberarsi del passato e arma l’insoddisfazione. Ciò impedisce una pianificazione immediata e banale – fedele all’evitamento dell’ordinarieta’ e invalida quanto di buono Dantés potrebbe godersi nel tempo presente (ad esempio l’enorme ricchezza del suo tesoro) per recuperare dal passato, grazie all’ingiustizia, l’alibi necessario alle sue azioni.

 

IL TEMPO DELLA VENDETTA

Il fattore tempo in questa spirale di vendetta diventa un tratto inevitabile per questa tipologia.

Vent’anni non sono un giorno. O un mese. Verrebbe da immaginarsi una persona che per tutto questo tempo sia corrosa da una rabbia lancinante.

E, invece, la chiave di tanta costanza va principalmente riscontrata nella invidia che insieme alla  insoddisfazione crea le condizioni per macerare in sé stessa. In termini di vendetta tutto questo si traduce in un desiderio di riscatto che è sì bruciante e altamente corrosivo, ma che al tempo stesso si alimenta del piacere di sé stesso. La vendetta diventa, così, coccolata, cesellata, ricercata, personalizzata. E’ pianificata principalmente per la gratificazione che comporta la sua stessa pianificazione e si fa, così, inevitabilmente lenta, opportunisticamente maniacale, vanitosamente sofisticata.

Dantés, ad esempio, manipolando il mercato azionario fa andare in bancarotta Danglars, il ricco banchiere. La crisi economica si riversa anche sul suo matrimonio. In seguito lo rinchiude in una cella costringendolo a spogliarsi di ogni suo avere, per riottenere la libertà. Le modalità di reclusione  sono assai particolari e, naturalmente, affatto ordinarie: ogni richiesta di cibo o bevande – ad esempio- viene rapidamente esaudita, ma previo un prezzo esorbitante che l’uomo è costretto a pagare firmando assegni al portatore. La prigionia arriverà a privarlo praticamente di ogni suo avere.

Tipica del Quattro è dunque la raffinatezza della punizione, la comprensione psicologica dell’antagonista, l’idea che la punizione perfetta risiede nella perdita di ciò che è più importante per il tuo avversario. Villefort, dopo aver spinto sua moglie al suicidio, sarà travolto nella sua famiglia da una spirale di morte – dovuta principalmente alle diverse manipolazioni di Dantés – che lo condurranno sull’orlo della pazzia.

Gli avversari di Dantés si ritrovano tutti a pagare esattamente quello che hanno inferto.

L’ultimo dei suoi aguzzini, Fernando, l’uomo che ha sposato la sua amata, verrà accusato di tradimento davanti al Senato e disonorato davanti a tutta la nobiltà parigina. Lasciato dalla moglie Mercedes e dal figlio, si suiciderà.

LA GIUSTIZIA DIETRO LA VENDETTA

Il tema della giustizia è un tema caro a Dantés e ritorna spesso in tutto il romanzo di Dumas. L’alibi del Quattro, non a caso, è l’ingiustizia, come già accennato. Ciò rende Dantés letale con i nemici e magnanimo con gli amici. Ad esempio, Dantés salverà dal tracollo finanziario l’armatore Morrel,  che aveva cercato più volte di aiutarlo dimostrando la sua innocenza. Dopo di che dirà le seguenti parole  « E ora, disse l’uomo sconosciuto, addio bontà, umanità, riconoscenza…Addio a tutti i sentimenti che allargano il cuore!…Mi sono sostituito alla Provvidenza per ricompensare i buoni… Che il Dio vendicatore mi ceda il suo posto per punire i malvagi!»


UNA VENDETTA SPECIALE PER UN UOMO SPECIALE.

A Caderousse, il suo vicino di casa che nel complotto della sua rovina aveva avuto un ruolo marginale, Dantés riserva diverse chance di redenzione. E non lesina giustizia allo stesso Danglars: quando Dantés realizza il sincero pentimento del banchiere, lo perdona lasciandolo in vita.

Una vendetta che riesce ad alimentarsi per ben ventitré anni richiede un talento speciale. E, infatti, nel Quattro l’immagine di sé idealizzata ha a che fare con l’unicita’.

 « Io sono uno di quegli esseri eccezionali, sì, signore, e credo che fino a oggi nessun uomo si sia trovato in una condizione simile alla mia. […] Il mio regno è grande come il mondo […]: io sono cosmopolita.” Questa idealizzazione permea l’atto stesso del vendicarsi conferendogli un senso di ispirazione divina.

Sembrerebbe Orgoglio, la passione del Due, ma in realtà è solo il frutto del meccanismo di evitamento dell’ordinarieta’, che in Dantés, Quattro Ostinazione, si fa elemento cardine per proteggere dal tempo il valore speciale della sua missione.  Quando, ad esempio, si troverà verso la fine a dubitare del fatto che Dio sia dalla sua parte, non rinuncerà comunque a ritagliarsi un ruolo altrettanto implacabile e speciale, ritenendosi “un uomo che, simile a Satana, per un momento si è creduto simile a Dio”.

E, in effetti, sono tanti i tratti che lo accumunano più al diavolo che a Dio.

A cominciare dalle identità. Dantés ne ha tante come il diavolo. E’ accorto. Si dà molte regole.  Pretende molto da sé stesso. Arriva ad impersonare più ruoli e, malgrado l’immagine idealizzata del Quattro sia quella dell’Unicità,  ben Quattro identità fasulle.

Il paradosso si spiega con il celebre aforisma di Picasso: “l’arte è quella menzogna mediante la quale ci è dato scoprire la verità”. Dantés si reputa un artista della vendetta e i suoi camuffamenti, artifici e raggiri non sono che strumenti, bugie appunto, necessari per arrivare alla verità liberatoria che ritiene la vendetta possa alla fine concedergli.

Dantés così diventa un nobile italiano, Zaccone, meglio noto come Il Conte di Montecristo, ricchissimo, misterioso e stravagante. C’è poi Lord Wilmore, un nobile inglese che, nella finzione di Dantés, serve a compiere azioni generose, ponendosi – agli occhi di tutti- come un rivale dello stesso Conte di Montecristo, dunque di sé stesso. Simbad il Marinaio – ennesimo avatar di Dantés- è utilizzato, invece, per aiutare Morrel dalla bancarotta e, infine, c’è l’abate Busoni. Forse il più sobrio tra i quattro personaggi che aiuterà più volte Montecristo, contribuendo a sostenere la sua immagine di mistero.

Un aspetto su cui vale la pena soffermarsi è l’estetica dei personaggi interpretati da Dantés:  ognuno di essi risulta sempre ricercato, speciale, mai ordinario. Se escludiamo comprensibilmente l’abate Busoni che viene descritto “in abito ecclesiastico, colla testa coperta da una di quelle grandi cocolle sotto le quali nascondevano il cranio i saggi del medio evo” , gli altri personaggi confermano già nel vestiario l’evitamento della ordinarieta’, l’immagine idealizzata di unicita’ – di cui si è già detto- e l’illusione, la  bellezza, dalla quale il Quattro trae conferme di valore e amore.

Così, ad esempio, la bellezza di un arredamento viene usata per impressionare e soggiogare amici e nemici in uno degli alloggi minori del Conte di Montecristo: Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i mobili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli schienali inclinati indietro. Magnifici quadri di pennello maestro frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle pareti, e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le aperture”.  Il personaggio di Lord Wilson invece: «era vestito con tutta la eccentricità inglese, cioè, un abito turchino coi bottoni d’oro e col colletto alto e imbottito, un gilè di cachemire bianco, ed un pantalone di nanchino, tre pollici troppo corto ».

Simbad, il marinaio, è forse il più esplicito in tal senso. « Indossava un costume tunisino, vale a dire una calotta rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di panno nero tutta ricamata d’oropantaloni color sangue di bue larghi e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d’oro come la veste ».

Il successo di una vendetta pone sempre il suo esecutore davanti alle conseguenze atroci di quanto è stato fatto. Come reagisce Dantés? Quando Villefort, il suo peggior nemico, impazzito dal dolore,  mostra a Dantés la moglie ed il figlio morti: «Guarda, Edmond Dantés! – disse mostrando al conte i cadaveri di sua moglie e di suo figlio, – guarda! sei ben vendicato?» Montecristo impallidì a quello spaventoso spettacolo; capì di aver oltrepassato i diritti della vendetta; capì che ora non poteva più dire: “Dio è per me e con me”.»

UNA VENDETTA TRA SBANDAMENTO E RIVENDICAZIONE

Il meccanismo delle polarità del Quattro spiega meglio più di ogni altro, cosa gli accade: Dantés entra nello stato di Sbandamento. « Giunto all’apice della sua vendetta per l’erto e tortuoso sentiero che aveva seguito, aveva visto dall’altro versante della montagna l’abisso del dubbio. ».La sensibilità del Quattro non può lasciare Dantés indifferente a quanto accaduto. La fissazione dell’Insoddisfazione preme sul desiderio di vendetta da fronti opposti. Da un lato chiede alla vendetta di essere completata, ma al tempo stesso, dall’altro, supplica che tutto si fermi, presentando il conto in termini emotivi al suo esecutore per quanto di atroce è stato consumato.

Qui il dubbio non è cerebrale, ma emotivo. E’ la vergogna che finalmente riesce a farsi largo dentro di sé. Lo stato di sbandamento avvolge Dantés come una nebbia emozionale, offrendogli un nascondiglio dal confronto con la realtà che ora – dopo tanti sforzi- risulta perdente.  Lo stesso stato di confusione possiamo osservarlo all’inizio della storia, quando Dantés viene condotto nel carcere. Per Dantés la discesa nell’inferno, subisce le oscillazioni polari tipiche di un Quattro.

Edmond, durante il viaggio, è inizialmente ottimista sul suo destino, (Rivendicazione), ma quando scopre la meta del viaggio cade nello sconforto (sbandamento). Arrivato al castello è rinchiuso in una cella e minaccia il suo carceriere (rivendicazione), ottenendo come risultato di essere chiuso nelle segrete. Finisce nuovamente scoraggiato e medita addirittura il suicidio (sbandamento). Sarà l’incontro con l’abate Farìa, un suo compagno di carcere, a riaccendere la speranza di poter scappare (rivendicazione). In questo stato, armato di speranza, Dantés resterà per tutto il tempo di prigionia, dieci anni circa, durante i quali apprende da Farìa di arti, filosofia, lingue e quant’altro.

Torniamo ora alla fine del romanzo.

Dantés ha ottenuto forse più di quanto desiderava, ciò nonostante resta insoddisfatto. Procede a tentoni. Ha bisogno di una nuova motivazione. Ha perso determinazione. E’ di nuovo nello stato di sbandamento. Così torna al Castello d’If, che ormai non è più un carcere, ma un museo aperto ai turisti e visita la sua vecchia cella e quella dell’amico Farìa. Giunto lì cerca disperatamente un segno che possa cancellare ogni dubbio o rimorso e trova il trattato filosofico che Farìa, aveva scritto durante la sua prigionia. L’epigrafe del manoscritto recita « Tu strapperai i denti al drago, tu calpesterai i leoni, ha detto il Signore. » queste parole lo rincuorano e riaccendono la polarità opposta: la rivendicazione. La sua vendetta è ora libera di continuare.

Il romanzo termina con una frase lapidaria che esprime il pensiero di Dantés: “tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare”. L’attesa e la speranza sono due facce di una stessa medaglia. Due aspetti di un unico elemento: il tempo. I Quattro hanno tutti una relazione privilegiata con il tempo. Lo usano per ignorare il presente e crogiolarsi con la mente nel passato o nel futuro. I Quattro sanno come macerare nel tempo, rimuginando, ad esempio, per anni su un sentimento di rancore, su un rimpianto. Perché? Partiamo dall’alibi del Quattro: L’ingiustizia.

L’OSTINAZIONE DELLA VENDETTA: IL SOTTOTIPO DI CONSERVAZIONE

Come tutti gli alibi, anche l’ingiustizia qui è la giustificazione razionale che l’enneatipo si dà per motivare i suoi meccanismi di difesa e attacco (rispettivamente nel Quattro drammatizzazione e deformazione).  Entrambi questi due meccanismi – si noterà- si basano su un’alterazione sistematica della realtà a vantaggio di una elaborazione emotivo cerebrale degli eventi, tale da sorreggere l’alibi. Il Quattro ha bisogno di usare il tempo per alimentare l’ingiustizia. E’ come se avesse una vocazione per la vendetta, che per definizione si basa sul ricordo di un torto subito nel passato. Sul non accettare il presente. Ma tra una vendetta pensata e una perpetrata c’è molta differenza.E questa differenza è l’azione.

Non tutti i Quattro saprebbero – per vent’anni- usare l’alibi ingiustizia come carburante per la realizzazione fattiva di una lunga vendetta.

Ciò che spinge ad una pianificazione costante, fatta di azioni e confronti concreti e non solo di pensieri, come nel caso di Edmond Dantés, restringe il campo dei sottotipi del Quattro ad uno solo, quello appunto di Conservazione, denominato Tenacia oppure Ostinazione.  Quest’ultimo termine, usato da Barbato, sarebbe da preferire al primo, usato da Naranjo, perché arricchisce il concetto di tenacia della giusta sfumatura negativa. Anche per Dantés la tenacia – pur tornandogli utile – non è una qualità, ma una dannazione, perché costringe questo sottotipo di Quattro ad inseguire qualcosa di irraggiungibile, per alimentare la fissazione dell’insoddisfazione e l’immagine idealizzata elitaria che ha di sé. Il risultato naturalmente  è l’infelicità e la conferma della carenza di sé dovuta all’invidia.

I sottotipi, ricordiamolo, nascondo dalla corruzione che la passione esercita sui tre istinti principali.  Espansione, adattamento e ritrazione.  I sottotipi principali del Quattro sono Vergogna (istinto sociale o di adattamento), Rabbia (istinto sessuale o di espansione) e Ostinazione (istinto di conservazione o ritrazione).

Prima di illustrare come in Dantés si articola l’istinto di ritrazione, sarebbe interessante procedere per esclusione e chiedersi come si sarebbero comportati gli altri sottotipi del Quattro, al posto del protagonista de Il Conte di Montecristo.

L’invidia “espansa” del Quattro sessuale-Rabbia o quella “adattata” del Quattro sociale-Vergogna avrebbero retto al tempo? L’invidia socializzata di un Quattro vergogna tenderebbe – nelle azioni – ad essere più volte invalidato da un senso di disagio permanente, vergogna appunto.  Sarebbe così preda di ripensamenti e finirebbe troppe volte e troppo presto svuotato della forza necessaria per resistere. Come abbiamo visto in precedenza anche il Quattro ostinazione subisce il confronto con la vergogna, ma non in modo immediato, poiché deve comunque bruciare tutte le tappe della missione che si è preposto.

Il Quattro sessuale, invece, reagisce rabbioso in quanto, come sappiamo, cerca convalide dal mondo esterno e, nell’espandere verso di esso la passione dell’invidia, consuma la sua stessa intensità in breve tempo. Il Quattro sessuale e quello sociale, sarebbero dunque entrambi motivati e raffinati nel vendicarsi, ma destinati al fallimento in una partita lunga e tortuosa.

Per dirla scomodando il concetto di alibi, è come se la carica negativa prodotta dall’ingiustizia,  nel Sociale risulterebbe frenata dalla Vergogna, prima di esprimersi, e nel Sessuale si esprimerebbe subito per poi sgonfiarsi in breve tempo.

Entrambi, insomma, perderebbero sulla lunga gittata imposta dal tempo la determinazione per resistere alle necessarie deviazioni di percorso, alle impasse deludenti, alle tortuosità strategiche che un grande piano,come quello adottato da Dantés, imporrebbe.

Il Quattro ostinazione, invece, tende meno al lamento ed è più concentrato sull’azione.

A differenza del sessuale, per esempio, gode di un sentimento di convalida interna che lo spinge ad andare avanti a prescindere dagli ostacoli esterni.

Ma entriamo ora in dettaglio nella psicologia di Dantés. La sua ostinazione scaturisce dalla corruzione dell’istinto di conservazione da parte della passione dell’invidia. L’eterno confronto tra il suo passato da recluso e le fortune e i successi dei suoi carnefici – come già ricordato- invalida la possibilità per Dantés di sentirsi al sicuro, anche se ormai è libero e ricco. L’istinto di conservazione, qui, sentendosi continuamente a repentaglio (visto che la fissazione dell’insoddisfazione non concede consolazione in tal senso) chiede un tributo massiccio di azioni al fine di garantire la sopravvivenza.

Nella psicologia di Dantés c’è dunque una necessità snervante ad agire, a pianificare.  La vendetta diventa il mezzo perfetto e – soprattutto- inevitabile, per esaudire tutto ciò.  Dantés sente di dover fare di tutto per cambiare le cose, fedele all’imperativo interiore che agita il Quattro Ostinazione, per il quale la persona si deve impegnare a dimostrare sempre a sé stessa che ce la farà.

COME FINISCE UNA VENDETTA

La vita reale, a differenza dei romanzi, raramente concede un lieto fine. E le storie di vendetta, specie quelle più ostinate, alla fine lasciano sempre l’amaro in bocca. Nel peggiore dei casi l’umiliante sconfitta, nel migliore – spesso- la noia, il vuoto.

Ma per Dantés la vittoria è piena. Caso raro di trionfo totale. La distruzione dei suoi nemici, la salvezza dei suoi amici, l’equilibrio ristabilito, perfino un nuovo amore adesso riscalda il suo cuore. E ha perfino conservato intatto il suo ingente tesoro.

Sarà finalmente felice il nostro Edmond Dantés?

Alexander Dumas, non racconta il seguito e il lettore può solo sperare – ragionevolmente- che l’eroe viva una vita finalmente piena e soddisfatta.

A patto che questo lettore, s’intende, non conosca l’Enneagramma.

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