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La capacità di resistenza di un Otto

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Questo argomento contiene 0 risposte, ha 1 partecipante, ed è stato aggiornato da  Antonio Barbato 3 anni, 11 mesi fa.

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    Nel mio libro L’Enneagramma della Ferita originaria ho voluto fare un deferente omaggio ad uno dei personaggi storici che ho sempre ammirato e che ho usato come esempio vivente di uno dei tratti più tipici di un Otto: Annibale Barca. Questo il pezzo: La resistenza fisica è universalmente considerata come la capacità fisica che permette di sostenere un determinato sforzo il più a lungo possibile, contrastando il fenomeno della fatica. Il termine, però, si può utilizzare anche per descrivere la soglia di sopportazione del dolore e la capacità auto indotta (non dipendente, quindi, da fattori genetici quali una più o meno totale assenza della “sostanza P”) di saper reagire a circostanze oggettivamente dolorose o stressanti, trasformandole, mediante un processo di desensibilizzazione, in stimoli per aumentare la propria forza. Il condottiero nel quale questa caratteristica dell’Eccesso si mostrava più evidente era, secondo la mia opinione, certamente il più formidabile nemico di Roma, Annibale Barca. La storia della vita di Annibale fu quella di un uomo che non temeva di affrontare niente e nessuno, animato non tanto dall’amore per la propria patria, quanto dal desiderio di combattere e vincere un nemico verso il quale aveva nutrito, nel rispetto del dettato familiare, un odio profondo fin da bambino.
    Capace di sostenere uno sforzo fisico quasi incredibile, come quello di traversare le Alpi a piedi insieme ai suoi soldati, malgrado l’Inverno quasi alle porte, di dormire a terra e mangiare la stessa dose dei suoi uomini, di sopportare il dolore per la perdita di un occhio per una infezione non curata, astuto e determinato nel realizzare le sue idee, tanto idolatrato dai soldati al suo comando e dal popolo di Cartagine, quanto odiato dall’aristocrazia romana e da quella cartaginese, Annibale resta nella storia come l’esempio della persona che incarna le qualità di un vero capo.
    L’estrema polarizzazione del suo comportamento da Otto, che definire gladiatorio non è sbagliato, traspare, fra i tanti, nell’episodio della morte del console romano Marco Claudio Marcello. Secondo Tito Livio dopo la morte di Marcello avvenuta in un’imboscata, Annibale, malgrado fosse lontanissimo, si recò con una marcia a tappe forzate appositamente sul luogo e, senza lasciare trasparire dagli occhi un lampo di gioia, diede alla salma del suo nemico onorata sepoltura. La spiegazione del suo comportamento tanto cavalleresco in questo caso si può trovare in una tipica tendenza dell’Otto. Secondo le parole dello stesso Annibale, infatti, “Marcello, era l’unico a non concederci tregua né a richiederla, né in caso di vittoria, né in quello di sconfitta”. Ben diverso e più crudele era, invece, il normale atteggiamento del cartaginese, secondo il credo di un Otto, verso i nemici sconfitti che non avevano combattuto con valore (pagg.418/419)

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